Ivan Sedliský
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L‘ampia portata della creazione artistica contemporanea e la sua diversità espressiva suscitano spesso dubbi sul suo significato, la sua applicazione e i suoi obiettivi.
Eppure, la funzione dell'arte nella nostra vita rimane la stessa di sempre, anche se la sua applicazione è talvolta diversa – e ammettiamolo – anche più difficile. Un artista che osserva la società contemporanea e i suoi bisogni inevitabilmente vi reagisce nelle sue opere, e questo rappresenta il contributo essenziale della sua attività e il grande significato della sua missione.
Ivan Sedliský si occupa da anni dell'integrazione della pittura negli interni ed esterni moderni. Nato nel 1926, ha studiato all'Accademia di Belle Arti, dove è stato allievo di Vratislav Nechleba. La sua visione dell'arte è focalizzata principalmente sull'essere umano, che costituisce il tema centrale delle sue opere. La figura femminile prevale, un soggetto affascinante e sempre vivo fin dagli albori dell'arte.
Ivan Sedliský presenta i suoi dipinti più recenti, che pur proseguendo il suo lavoro precedente, mostrano chiaramente una trasformazione nella sua percezione dell'essere umano, del suo mondo interiore e degli ideali sociali.
Sedliský si è sempre distinto per la sua ammirazione per l'uomo. Era perfettamente consapevole del fatto che i cambiamenti nella struttura della vita modificano non solo l'aspetto delle persone, ma anche la loro prospettiva. I suoi ritratti di donne ne sono una chiara dimostrazione. Così appaiono le donne di oggi, e così le percepiamo.
Sedliský ha abbandonato l'idealizzazione, ma ha trovato una nuova espressione autentica sia nella realtà universale che in quella più intima. Riflette più profondamente sul senso della vita (Le strade che percorriamo, Critica della propria ragione), ponendosi sfide sempre più ambiziose nell'espressione pittorica.
Grazie alla sua varietà espressiva, l'opera di Sedliský affascina soprattutto per la sua ricchezza contenutistica, la sua capacità comunicativa e la qualità della realizzazione artistica – elementi che spesso oggi vengono trascurati e sottovalutati.
Jaroslav Hlaváček
IL PITTORE IVO SEDLISKÝ — ALLA RICERCA DEL RITRATTO DEL XX SECOLO
Osservando i celebri ritratti rinascimentali, le opere di Velázquez, Rembrandt, Goya o i ritratti di Cézanne, Gauguin, Van Gogh e, successivamente, Modigliani o Picasso, possiamo individuare tre elementi che corrispondono ai requisiti fondamentali di questo specifico genere pittorico: innanzitutto, il pittore cerca di catturare fedelmente l'aspetto della persona ritratta, insieme all'atmosfera e all’ambiente del suo tempo; in secondo luogo, vuole cogliere l’aspetto psicologico e il mondo interiore del soggetto; infine – come in ogni opera d'arte – inserisce nella tela la propria concezione, le proprie convinzioni e la sua visione filosofica e sociale.
Sebbene l’intervallo tra il desiderio di riprodurre fedelmente l’espressione del soggetto e il totale distacco dalla realtà possa essere ampio, il ritrattista deve integrare tutti e tre questi elementi. Per questo, il ritratto come forma pittorica è strettamente legato a un’alta disciplina artistica.
A causa dei cambiamenti sociali, delle invenzioni tecnologiche e delle ricerche nel campo della fisica nella seconda metà del XIX secolo, questi requisiti si sono trasformati. Il ritratto ha smesso di essere un'opera su commissione, ha perso il suo carattere documentaristico e, infine, ha quasi completamente abbandonato la somiglianza con il soggetto raffigurato. L'aspetto psicologico e artistico dell’opera ha acquisito sempre più importanza, fino a prevalere sulla rappresentazione realistica. Poiché i ritrattisti non trovavano più acquirenti per le loro opere, hanno iniziato a dipingere amici e persone il cui mondo risultava loro affine e affascinante.
Così è nato un nuovo rapporto tra pittore e modello, in cui il modello esplora se stesso mentre il pittore si concentra sempre più sulla propria espressione interiore. Si può parlare quindi di una reciproca auto-riflessione individuale.
Tuttavia, se il ritrattista sceglie i suoi modelli allo stesso modo in cui seleziona altri soggetti – paesaggi o nature morte – la figura umana diventa un semplice oggetto artistico, facendo venir meno l’equilibrio classico tra pittore e modello.
Il pittore Ivo Sedliský si è posto l'obiettivo di riportare in auge il ritratto in quanto tale, ovvero di riscoprire il ritratto del XX secolo.
Cerca di ristabilire l’armonia tra il soggetto ritratto e l’artista. Vuole testimoniare l’essenza degli uomini e delle donne del nostro tempo e, attraverso di loro, documentare i valori positivi dell’umanità.
Il mondo moderno, in tutte le sue espressioni artistiche, lavora con sintesi e semplificazioni. Per un ritrattista, è particolarmente difficile trovare un'espressione intensa della realtà oggettiva dell’uomo attraverso la propria stilizzazione. Sedliský è soprattutto un ritrattista di donne belle, spesso celebri – Sophia Loren, Claudia Cardinale, Monica Vitti – che lo affascinano come tipologie umane e alle quali cerca di conferire un’identità secondo la propria visione. Pone particolare attenzione alle labbra e agli occhi di queste donne. Le colloca in ambienti che ne esaltano il carattere e, attraverso mezzi espressivi sintetici, cerca di trasmetterne le emozioni soggettive. I suoi ritratti femminili riflettono così il volto del nostro tempo, un nuovo tipo di donna che incarna il trionfo della bellezza.
Per questo motivo, torna spesso a questi volti, cercando ogni volta di avvicinarsi più profondamente alla vita interiore dell’essere umano contemporaneo e alla sua relazione con il mondo. Si tratta di un nuovo approccio psicologico, sempre più approfondito. Nei ritratti più recenti di Sedliský possiamo osservare come la figura umana si trasformi – l’espressione serena del volto prende vita, lo sfondo piatto scompare. I grandi ritratti di Monica Vitti, Julie Christie e Pablo Picasso segnano tappe fondamentali della sua produzione artistica.
Il pittore Ivo Sedliský è affascinato dai volti umani, proprio come lo erano gli artisti dell'antica Roma e dell'Egitto. Poiché si è prefissato di riscoprire il ritratto del XX secolo, la sua opera è una continua ricerca e sperimentazione.
Bela Dunajská Laufrová
17 marzo 1977
ALLA RICERCA DELLA TIPICITÀ
Fin dalle sue origini, l’arte ha seguito due percorsi: rappresenta il generale attraverso l’individuale, l’unico o persino lo straordinario, oppure, al contrario, sintetizza questi elementi individuali in un insieme per creare un tipo.
Il lavoro di IVAN SEDLISKÝ è, sotto questo punto di vista, un caso unico (forse anche a livello mondiale) di ricerca pittorica della seconda via. Nel suo lavoro, Ivan Sedliský torna consapevolmente ai valori antichi della pittura e della sua costruzione, proprio come fecero in passato Cézanne, prima di lui Ingres o i maestri del Rinascimento, e più tardi nel XX secolo, Matisse, Picasso in parte della sua opera, e altri ancora.
Nato a Ostrava nel 1926, studiò presso l’Accademia di Belle Arti di Praga (1946–1952) sotto la guida del professor V. Nechleba, di cui fu assistente fino al 1955. Già nell’opera di Nechleba si ritrova un profondo rispetto per il classico, un approccio quasi scientifico alla realtà, che richiama l’analogia tra pittura e scienza negli studi di Leonardo da Vinci. Tuttavia, Ivan Sedliský ha sviluppato questi spunti in una direzione completamente diversa. I visitatori della sua attuale mostra alla Galleria dei Fratelli Čapek a Praga possono constatarlo di persona. Sedliský non nega una certa componente decorativa nelle sue opere, ma questa non è un semplice estetismo – è altamente significativa e funzionale. È legata alla sua reverenza per la qualità dei maestri antichi, dove la pittura, a differenza della fotografia, non è una copia diretta della realtà, ma un riflesso specifico, una nuova realtà più analogica che imitativa, più generalizzante che analitica.
Non è un caso che l’artista ritorni anche al metodo tematico delle epoche classiche – l’allegoria. Come nelle allegorie barocche, rinascimentali, medievali o antiche, la “misura di tutte le cose”, il protagonista dei suoi dipinti, è l’essere umano rappresentato in un ambiente tipico, un frammento di realtà in grado di simboleggiare il mondo intero. Sedliský è uno dei più importanti ritrattisti contemporanei; il paesaggio nelle sue opere svolge solo un ruolo secondario e, anche quando dipinge fiori, questi dipinti sono strettamente legati alla componente ritrattistica del suo lavoro.
Ivan Sedliský non evita i problemi attuali.
I temi dell’uomo e della macchina, dell’uomo e della civiltà, del rapporto tra tradizione e futuro hanno un posto fisso nella sua opera. Non espone spesso nel nostro paese (l’ultima mostra a Praga risale al 1963), ed è per questo che la sua mostra attuale alla Galleria dei Fratelli Čapek sta attirando una meritata attenzione. (AA)
Del pittore Ivan Sedlisky possiamo dire che è alla ricerca di un metodo di dipingere che possa essere usato per dipingere tutto.
Dai suoi quadri è possibile desumere il modo con cui lo cerca e cosa intenda con il concetto di “tutto”.
In un certo senso, la ricerca di Sedliský
è oggettiva e sobria, programmaticamente antillusionista. Prende le mosse dall’idea secondo cui, essendo l’immagine solo una superficie, non v’è motivo di considerarla come un’intersezione illusoria dello spazio tridimensionale.
Rifiuta ed esclude, o quantomeno riduce al minimo, i mezzi con cui è possibile indurre l’impressione che il quadro sia lo spazio di una nicchia riempito da voluminosi oggetti plastici: la gradazione delle luci e delle tonalità, gli effetti di spazializzazione degli accordi cromatici.
Si riconosce pienamente nel decorativismo e, in più, con un’inconfondibile tendenza verso le forme, con una caratteristica tendenza verso forme aggregate, potenti, chiaramente leggibili, definite con precisione e univocità, perentorie e mobili.
Con una linea del disegno la cui dinamica espressiva rivendica senza imbarazzo le stesse In un’ottica di struttura del quadro si creano svariati problemi, soprattutto circa la formulazione del rapporto tra la figura e l’apparato che la accompagna, problemi compositivi che vengono risolti individualmente e in ogni quadro separatamente.
Sedliský è l’unico tra i pittori a me noti ad essere attratto dall’allegoria figurativa e a occuparsene con piacere. Ha dipinto interi gruppi pittorici concepiti esplicitamente come delle allegorie. Racconta allegoricamente le sue esperienze avute a contatto con l’antica cultura greca, ama attingere i suoi strumenti semantici dalla mitologia omerica, così come si trovano sui vasi greci.
E allorquando, in queste composizioni, figuri un qualche elemento tratto dall’immediata realtà sensoriale, questo, comunque, finisce sempre per essere incorporato nella struttura dell’allegoria. Lo stesso dicasi anche per molte allegorie di Praga.
Nei loro singoli componenti il pittore cerca di essere simbolico e figurativo. fonti e le stesse forze che danno forma agli oggetti della moderna civiltà tecnica e industriale.
Con questa morfologia, e con il gusto per essa, spesso traduce riportando citazioni di antiche opere d’arte, personaggi di quadri di pittori rinascimentali e di celebri opere di scultura, figure di vasi greci, geroglifici egizi.
La superficie dei suoi quadri risulta irruvidita dalle tracce del pennello, ma senza il tentativo di fissare il ductus di un gesto ad effetto, di raccontare con ostentazione la passione con cui il dipinto è stato realizzato, esso è una superficie pittorescamente articolata senza, però, essere espressivamente plastica.
La realtà dell’immagine non rappresenta la realtà. Trattasi, piuttosto, di un pronunciamento sulla realtà, di una dichiarazione in un codice estetico. Sedliský attinge da un ampio spettro di registri.
In base alle caratteristiche del suo talento e del suo temperamento, quelle posizioni nell’ambito delle quali riesce a comunicare con i percettori nel modo più completo e versatile possibile.
Non si astiene dagli effetti espressivi delle macchie di colore rimanendo, però, sobrio, dal punto di vista artistico, si esprime soprattutto avvalendosi di una generosa ritmizzazione della superficie nell’area, delle loro costruzioni e della composizione tettonicamente concepita delle loro strutture, e per il resto non esita a moltiplicare i significati di queste forme e dei loro raggruppamenti ricorrendo all’uso deliberato del simbolismo semantico o, addirittura, allegorico.
I dipinti di Sedliský come, d’altronde, tutti i dipinti in generale, non possono essere letti solo con il sentimento, per arrivare al loro contenuto occorre usare la fantasia e l’intelletto, decifrandoli un po’ come gli spettatori di un tempo decifravano i dipinti di Botticelli o Giovanni Bellini: analizzando quindi i significati oggettivi degli elementi raffigurati.
È seguendo questa strada che giungiamo alla conclusione che i quadri di Sedliský arrivano ad essere epicamente narrativi e sviluppati e riflessivi nei contenuti.
Per quanto mi è dato sapere, Sedliský non dipingeva mai i paesaggi. Il suo interesse è soprattutto per le figure e per i volti delle persone.
Ma, questo, non nella consueta accezione della tradizione ritrattistica, non si occupa, infatti, dell’individualità del ritratto ma, piuttosto, della sua tipicità. Cerca di inserirli in un contesto storico più ampio, di mettere in relazione la loro peculiarità individuale con l’epoca e con gli eventi sociali, oppure di raccontarli visivamente attraverso i segni e i simboli che sviluppa intorno a loro.
Evocare le immagini di grandi epoche storiche stilistiche senza, per questo, rinunciare al proprio modo di esprimersi, alla piattezza e alla peculiare stilizzazione del disegno. Incrementa, semmai, l’effetto decorativo piuttosto monumentale delle sue tele che rispettano l’involontaria piattezza dell’ottica con cui gli architetti moderni guardano agli elementi materiali degli edifici contemporanei, sviluppando organicamente tale principio senza il proposito di alternarlo né di negarlo.
La pittura di Sedliský non si chiude mai alla civiltà moderna. Si potrebbe dire che questi dipinti sono concepiti come degli affreschi o graffiti senza, per questo, tornare alle tecniche antiche, poco pratiche e difficili da usare nell’ambiente moderno e nell’odierno ritmo di vita.
L’opera di Sedliský è caratteristica e peculiare esulando, per molti versi, dal quadro delle tendenze e delle correnti odierne della pittura ceca. Vanta una sua cerchia di sostenitori, anche se non viene esposto spesso.
Václav Formánek
IVO SEDLISKÝ è un artista figurativo e lo è sempre stato, anche nei periodi in cui la pittura paesaggistica dominava le preferenze del pubblico ceco. Fin dall'inizio della sua carriera artistica – e poiché non è più giovane, ciò significa molti anni – ha dipinto persone; a volte ritratti, ma per lo più figure nelle quali cerca di proiettare atteggiamenti tipici e la mentalità della sua epoca, rappresentanti emblematici di determinate relazioni sociali.
Le dipinge in situazioni e scene che considera altrettanto tipiche, indipendentemente dal fatto che siano reali, fittizie o immaginarie, e le rappresenta utilizzando metodi otticamente realistici, pittura astratta o combinazioni di diversi approcci. Questi principi hanno sempre costituito la base solida della sua pittura.
I dipinti di Sedliský si caratterizzano per l'inventiva nella composizione spaziale, il senso della forma chiara ed espressiva e l'uso parsimonioso del colore, una qualità che, se l'artista lo desidera, può improvvisamente esplodere in sorprendenti armonie cromatiche. Sedliský
è capace di esprimersi sia in modo austero che espressivamente dinamico, a seconda di ciò che intende comunicare; soprattutto, però, padroneggia perfettamente il suo mestiere.
Il pubblico non ha mai avuto bisogno di essere convinto di questo aspetto del suo lavoro.
Poiché è affascinato dal comportamento umano nelle più diverse situazioni della vita e ama particolarmente dipingere opere che sembrano storiche – o, meglio, intelligenti rielaborazioni storiche – è costantemente tentato di confrontare le persone e gli oggetti della seconda metà del XX secolo con i loro predecessori storici, ampliando così in modo straordinario il suo repertorio tematico. Se oggi espone principalmente figure femminili, è una scelta deliberata, una concentrazione mirata del suo spettro tematico, selezionata appositamente per questa occasione. Tuttavia, l'artista è convinto che riesca a esprimere meglio le sue riflessioni sul tempo e sulle relazioni sociali attraverso le figure femminili piuttosto che maschili; e noi, il pubblico, gli crediamo senza dubbio, perché di fronte alle sue figure femminili non troviamo motivo per contraddirlo.
I dipinti di Sedliský non hanno bisogno di essere scoperti: sono qui da molto tempo. La sua opera è ben nota e ha un vasto pubblico di appassionati e ammiratori. Inoltre, non necessitano di lunghe spiegazioni: i loro contenuti sono chiari e semplici. Esprimono lo spirito del tempo in un modo comprensibile alla sensibilità estetica contemporanea. Per la sensibilità moderna e nel contesto di un‘opera pittorica che si confronta con il mondo moderno, Sedliský
considera questa consapevole limitazione parte del suo programma artistico, anzi, un dovere fondamentale nei confronti del suo pubblico.
Dr. Václav Formánek
IL PUNTO DI PARTENZA DA CUI MUOVE IL MIO LAVORO È L’AMORE E L’AMMIRAZIONE PER LA REALTÀ.
E questo sia nei confronti della natura, percepita dai nostri sensi, che delle relazioni create dall’uomo che comprendiamo attraverso la conoscenza.
Spesso nei saggi di alcuni teorici dell’arte contemporanea leggiamo che questo o quel pittore non “descrive” la realtà ma la “esprime”, usando, quindi, il verbo “descrivere” in senso peggiorativo al posto del classico “raffigurare”.
Ma è proprio nella differenza tra la “raffigurazione” oggettiva e l’”espressione” soggettiva che consiste la differenza tra il classico e il moderno, due approcci alla realtà che, di fatto, si escludono a vicenda. Ma ogni raffigurazione contiene una traccia di espressione e ogni espressione una qualche raffigurazione – ecco perché ciascun “raffigurante” è al contempo un soggetto e ciascun “esprimente” è anche parte della realtà oggettiva.
Per me tale “espressione” moderna e soggettiva della realtà risulta squisitamente distante ed estranea. Non posso, né intendo, identificarmi con un approccio soggettivo e meramente individualista alla realtà. Ai miei occhi la realtà stessa, sia essa storica o contemporanea, sembra talmente interessante, attraente, eccitante e splendida che non sento alcun bisogno di estrarne qualcosa, né di aggiungervi alcunché e, tanto meno, di aggiungere una mia valutazione.
Pur non potendo, ovviamente, abbracciare l’intera realtà, nemmeno nelle sue manifestazioni parziali, sento comunque che la mia posizione personale, data dalle mie facoltà, è più un limite che un vantaggio.
Può darsi che il mio amore per la realtà sia un po’ ingenuo, che manchi di criticità tendendo spesso all’idealizzazione, ma questo è probabilmente da ascriversi alla mia impostazione.
Forse vi si può ravvisare anche una reazione a una parte significativa dell’arte moderna che trova l’artisticità nel brutto, nella depressione, nella convulsione e nella deformazione della realtà. Mi auguro che preferire, nella vita e nei quadri, il bello al brutto non sia una colpa così grande e imperdonabile.
Nella misura in cui quasi ogni soggetto storico mi appare di per sé interessante e artistico, mi appare parimenti straordinariamente contemporaneo. Dopo tutto, anche alla storia, oggi, guardiamo proprio grazie alle nuove e incredibili conoscenze scientifiche con uno sguardo nuovo, più veritiero e completo che in passato. Proviamo, per esempio, a confrontare la portata e la qualità delle informazioni che un artista rinascimentale aveva sull’antichità con le nostre attuali possibilità di comprensione del mondo antico. Pensiamo, per fare un altro esempio, a come l’arte francese ha esplorato l’Africa, ricordiamoci delle rappresentazioni barocche di temi biblici o dei dipinti storici dei Romantici. Questi e altri esempi ci permettono di confrontare e vedere la quantità enorme di conoscenze storiche specifiche che, oggi, dialogano con una nuova valutazione resa appunto possibile dalla scienza e dalla tecnologia.
Come mai prima d’ora nella storia, anche l’intera storia passata dell’umanità sta diventando oggetto dell’interesse di oggi.
Anche solo per questo motivo civiltà, tempi ed eventi vecchi e nuovi sono per me assolutamente presenti e vivi. Anche in questo caso, le mie opinioni si pongono in antitesi all’arte moderna che si è sistematicamente sforzata di affrancare l’uomo e l’arte dagli “accumuli delle antiche civiltà”. Non a caso, nel Novecento l’arte ha completamente voltato le spalle alla tradizione greco-latina i cui pilastri fondamentali erano la realtà e la razionalità. Per me, al contrario, è proprio questa tradizione, unitamente all’antica connessione tra ciò che è razionale e ciò che è sensoriale, ad essere il punto di partenza fondamentale e il metro con cui valuto la mia esperienza personale.
Insieme al passato, dunque, l’arte moderna nega anche la possibilità di conoscere la realtà oggettiva, concentrandosi piuttosto sull’irrazionalità, sugli istinti e, nel migliore dei casi, sulle emozioni umane.
Naturalmente, quando parliamo di arte moderna, dobbiamo tenere a mente i suoi cento anni di esistenza senza dimenticare l’enorme diversità di opinioni e i cambiamenti che ha subito. Dopo tutto, tra un Velázquez e un A mio dire, l’artisticità è necessariamente contenuta nella realtà stessa – vista e conosciuta – e sarei contentissimo se mi riuscisse di raffigurare oggettivamente tale realtà, ma anche descriverla o illustrarla. Non ci vedrei nulla di male se mi riuscisse di accompagnare la magnificenza della realtà con un’immagine o un’illustrazione almeno un po’ appropriata.
Naturalmente, nella realtà che mi circonda e nella realtà del mondo contemporaneo includo anche le opinioni, gli atteggiamenti, le conoscenze e i pareri delle persone, specie di quelle che conosco e che mi sono vicine. Cerco di tenere conto anche del loro pensiero, delle loro conoscenze e del loro lavoro. Non nutro alcun desiderio, e dunque probabilmente neanche la capacità, di vedere nella vita e in tutto ciò che mi circonda qualcosa che nessun altro vede per poi svelare questa “scoperta” alle persone. Al contrario, desidero dipingere le cose nel modo in cui penso che la maggior parte delle persone, il cui approccio al mondo mi è vicino, le veda, o potrebbe, o dovrebbe, vederle.
Vorrei vedere questo mondo nuovo e in rapida evoluzione attraverso gli occhi di coloro che sono strettamente coinvolti dai suoi cambiamenti. Vorrei unire i miei dipinti agli sforzi collettivi delle persone che stanno cercando di coniugare l’umanesimo e la rivoluzione scientifico-tecnica per una nuova conoscenza e azione vittoriosa.
Amo e mi sono vicini in egual misura il passato e il presente, l’umanesimo e la tecnica, tutto – quasi tutto – dall’Egitto e dall’Antichità passando per il Medioevo, il Rinascimento, il Barocco e arrivando fino all’Ottocento e alla tecnologia più avanzata di oggi. Che si tratti di robot cibernetici, razzi spaziali o reazioni termonucleari controllate, di forme d’arte o tecnologia.
Tutto ciò che permette di guardare a un certo momento o a un determinato soggetto da più prospettive consentendo così molteplici narrazioni mi sembra un soggetto interessante per una grande serie di dipinti. Mi sta a cuore anche la letterarietà, che l’arte moderna non perdona, e vorrei che i miei quadri fossero “narrativi”. Ecco perché, a differenza dell’arte moderna, per me il soggetto è importante e, spesso, essenziale. Molti dei miei quadri nascono anche in virtù del fatto che la pittura mi consente – e, anzi, spesso mi costringe – a trattare in modo più approfondito molti argomenti che mi interessano.
Avendo dipinto oltre tre dozzine di quadri di pittori a me vicini, naturalmente ho acquisito molta più familiarità con le loro opere, il loro modo di lavorare e il loro approccio alla realtà che se avessi semplicemente sfogliato una riproduzione delle loro opere.
Manet oppure tra un Rembrandt e un Van Gogh la differenza è incomparabilmente minore rispetto a quella che intercorre tra un Monet e un Kandinsky oppure tra un Matisse e un Pollock.
È proprio negli ultimi decenni che l’arte moderna ha preso sistematicamente le distanze dalla realtà.
Eppure a me il mondo concreto che ci circonda, il mondo delle nuove cose, delle nuove forme, delle nuove conoscenze, sembra estremamente interessante ed eccitante “di per sé”.
È proprio attraverso un nuovo pensiero che torna a essere conoscibile, anche con tutti i suoi cambiamenti e con la velocità con cui si sviluppa.
Questa conoscibilità del mondo, insieme alle possibilità delle sue trasformazioni, offre opportunità insospettate alla raffigurazione realistica. Il realismo è la raffigurazione del tipico in circostanze tipiche, e la rivoluzione tecnico-scientifica permette di catturare il tipico mutando al contempo costantemente le circostanze tipiche.
Da un lato, restituisce l’essere umano alla vita e la ragione, la logica e la conoscenza all’arte creando così le condizioni per il realismo; dall’altro, con il suo dinamismo, ne cambia le forme possibili. Il realismo del XIX secolo prendeva le mosse dal materialismo filosofico e dall’emergere delle scienze naturali. La realtà la osservava in modo sì oggettivo, ma anche dato ed essenzialmente immutabile. Oggi, al contrario, sia il pensiero dialettico che l’impressionante sviluppo della scienza e della tecnologia stanno cambiando l’idea di una realtà perfettamente statica. Quante possibilità offre questo nuovo dinamismo alla raffigurazione della realtà!
Ho come l’impressione che il mondo di oggi stia tornando a raggiungere un livello superiore di unità che permette una sintesi capace di aprire lo spazio all’epoca di un nuovo stile.
Naturalmente, dalla crescente uniformità e conoscibilità con cui mi appare il mondo emerge poi lo sforzo di trovare un modo di lavorare che mi permetta di dipingere tutto questo mondo, così come sono in grado di conoscerlo, ricorrendo essenzialmente agli stessi mezzi pittorici. Dipingere tutto ciò che si può dipingere e che mi interessa – dal ritratto di un bambino fino ai quadri con soggetti tanto astratti quali la cibernetica o l’ingegneria genetica. Cerco le forme che mi permettano di combinare nel dipinto in modo organico le mie due passioni – la storia e il presente così come le forme d’arte storiche e la tecnica.
Vorrei unire anche ciò che mi sta a cuore nell’arte moderna. In particolare il colore e la morfologia dell’arte non figurativa con un approccio oggettivo e “classico” alla realtà. Vorrei combinare in un insieme ciò che vedo nella natura e nella vita con ciò che so sulle persone e sulle cose. Amo Velázquez tanto quanto Miró. Per me, Manet e Picasso sono contemporanei tanto quanto i piloti di Formula Uno. Ammiro Omero tanto quanto Einstein, l’arte antica tanto quanto l’elettronica. Vorrei che i miei dipinti con temi storici avessero in sé qualcosa di contemporaneo e che i miei dipinti con tecniche moderne avessero qualcosa di classico. Sarei felice se i miei quadri venissero accolti quale espressione di amore per la realtà oggettiva e riuscissero ad avvicinarsi almeno un po’ agli obiettivi rivoluzionari della contemporaneità – ovvero coniugare qualitativamente un nuovo umanesimo con la scienza e la tecnologia più avanzate.
Ivan Sedliský
Metarealismo è un realismo che amplia l'approccio classico alla realtà con le possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnologia nello studio e nella rappresentazione dell'uomo e della natura.
La tecnocrazia umanista restituirà alla realtà e alla razionalità un ruolo nell'arte, in una nuova rinascita che si rifà alla cultura classica, creando così nuovi canoni di verità e bellezza.
L'arte moderna si è progressivamente allontanata dalla realtà, mentre l'arte postmoderna ha abbandonato la razionalità.
Il Metarealismo permette la citazione di opere d'arte nel contesto logico della nostra percezione e comprensione della realtà oggettiva.
Il Metarealismo riporta la realtà e la razionalità nell'arte, significando una rinascita del ritratto. Consente di rappresentare il mondo della civiltà in cui vive il soggetto ritratto, così come il suo mondo interiore di pensieri ed emozioni.
Il Metarealismo permette di raffigurare i fenomeni storici così come l'intera realtà visibile contemporanea.
In contrasto con l'arte postmoderna, il Metarealismo si collega alla cultura classica razionale europea e unisce i tre fondamenti della società plasmata dalla rivoluzione scientifica e tecnologica: l'uomo, la civiltà e la natura.
SUI DIPINTI DELLE DONNE
Per tutta la mia vita ho dipinto immagini di donne. Perché il tema della donna è stato il motivo centrale e duraturo del mio lavoro?
Principalmente perché la donna è l’essere più bello che esista in natura, ed è sempre stata il soggetto più attraente nella pittura e nell’arte in generale.
Nulla nella storia dell’umanità ha subito così tante trasformazioni e, nonostante la sua costanza, non si è mai manifestato in un numero così incredibile di variazioni. Quanta ricchezza di espressioni è nascosta in una sola donna!
La donna racchiude tutto ciò che incontriamo nella nostra vita; è l’essenza della vita e il suo ornamento più bello. Se l’uomo può essere considerato l’incarnazione della civiltà razionale, la donna è la personificazione della natura saggia e onnipresente, una natura che ammiriamo, percepiamo e accettiamo senza mai riuscire a comprenderla e influenzarla completamente.
Sono sempre stato convinto che, nelle donne e nelle loro rappresentazioni, si possa cogliere al meglio la complessità della vita, le relazioni sociali, il pensiero e i sentimenti dell’epoca, così come i canoni di bellezza senza tempo e quelli legati ai periodi storici. Sono certo che il grande cambiamento qualitativo della società umana, ossia l’uguaglianza della donna, si sia manifestato pienamente non solo nella vita delle donne di oggi, ma anche nella loro bellezza.
Mai nella storia così tante donne si sono prese cura così tanto del proprio aspetto, mai nella storia ci sono state tante donne belle e affascinanti come oggi. Mai nella storia si è verificata una fusione così grande tra bellezza spirituale e fisica, una nuova moderna kalokagathia.
La donna di oggi è pienamente consapevole che il suo fascino risiede tanto nei doni naturali della natura quanto nella consapevolezza di sé. Sa che la sua bellezza è il compimento di un ideale più generale della bellezza femminile, un ideale che oggi non è un’idea astratta, ma un principio con cui la donna crea liberamente sé stessa.
Sa che la sua bellezza, la bellezza del mondo sensibile, non è diretta solo ai sensi, ma anche alla coscienza, che comprende la bellezza.
La bellezza della donna di oggi è espressione dello spirito e del cuore; è classica nel senso che equilibra la casualità individuale con leggi e ordine più generali. La donna di oggi cerca in sé stessa e nella cura del proprio aspetto anche l’essenza interiore delle cose, il dentro e il fuori si fondono in uno. Per questo la bellezza della donna è al tempo stesso veritiera in sé stessa – nella rarità della vita, è proprio il suo splendore interiore a dominare nella bellezza delle donne.
“La vita è seria, l’arte è luminosa”, dice il poeta Schiller – e le donne creano la propria immagine come un’opera d’arte con cui parlano al mondo.
Perciò, nella rappresentazione della donna di oggi, bisogna liberarsi da ogni determinazione esteriore, da tutto ciò che è indegno e passeggero, da ogni morbosità, dal culto odierno della bruttezza di successo. Non si può accettare la primitività arcaica, la deformazione intenzionale, l’assurdità contemporanea. Non si può accettare alcuna limitazione alla pienezza della natura, perché è proprio nella fusione tra i doni naturali e la consapevolezza spirituale – che deriva dalla comprensione della natura – che risiede l’essenza della bellezza delle donne di oggi.
La bellezza della donna di oggi è piena di fiducia in sé stessa; è una bellezza che unisce l’equilibrio dell’armonia classica con il dramma del Barocco, l’erudizione del Rinascimento con l’attività e la concretezza degli anni Venti e Trenta.
La donna di oggi unisce in una nuova sintesi superiore tutto ciò che un tempo sembrava caratteristico delle diverse epoche storiche, delle diverse nazioni e delle diverse società.
La bellezza delle donne di oggi è meravigliosa, complessa e grandiosa – è diversa da tutte le regole della bellezza femminile del passato – e allo stesso tempo è la loro sintesi.
Da quarant’anni dipingo, ancora e ancora, immagini di donne che vedo nella vita intorno a me, cercando di catturare il loro mondo ricco, complesso e straordinario.
E sono felice che già tre generazioni di donne belle, sagge, sensibili e colte abbiano trovato nei miei dipinti il loro nuovo canone di bellezza moderna e abbiano accettato la mia rappresentazione della loro assolutezza.
Ivan SedliskýSulla cultura, l’arte contemporanea e il doppiaggio delle opinioni
Le grandi mostre dello scorso anno a Venezia, Kassel, Hannover e Mannheim hanno costituito, in sostanza, un riassunto rappresentativo a livello globale delle tendenze artistiche contemporanee più apprezzate. Tuttavia, hanno suscitato scetticismo e spesso persino rifiuto tra molti importanti critici d’arte europei. È emerso chiaramente che non hanno portato nulla di fondamentalmente nuovo, che l’epoca dell’arte moderna si è definitivamente chiusa con l’astrazione e che l’era postmoderna sta giungendo al termine con il passaggio dallo storicismo dell’arte applicata a un vuoto di contenuto o a un giornalismo di contenuto.
Si è reso evidente che il livello della civiltà coincide sempre meno con il livello della cultura e dell’arte, che, abbandonando la realtà e la razionalità, si è completamente «disarticolata».
La rivoluzione scientifica e tecnica, in cui la ragione è la forza produttiva decisiva e la conoscenza il capitale più progressista, porta l’intelligenza in primo piano. Tuttavia, questa intelligenza è sempre più divisa tra un’intelligenza umanistica, che vive con le parole e dalle parole, e un’intelligenza tecnocratica, legata allo sviluppo e alla gestione di potenti imperi industriali, finanziari e commerciali.
Gli intellettuali che si sono separati dalla realtà e dalla razionalità — ed è questo il più grande paradosso del nostro tempo — sono oggi i più influenti nell’arte e nei media, determinandone verbalmente e sostanzialmente la forma. Quando, dopo il crollo delle ideologie, hanno avuto la possibilità di influenzare in modo significativo lo sviluppo, sono diventati predicatori e commentatori di questo sviluppo. Sopravvalutano il loro ruolo e, come sempre, analizzano i propri problemi, presentando la loro debolezza e la loro disorientazione come caratteristiche dell’intera società.
Per dimostrare la loro superiorità sui «pragmatici», cercano gli aspetti superficiali e oscuri della civiltà, pur sfruttandone e pretendendone i benefici.
Mentre in passato un artista che voleva «conoscere se stesso» creava un autoritratto, oggi si fotografa (e espone) i propri genitali o le proprie feci in un barattolo o in un reggiseno. Con il pretesto di infrangere ogni tabù, nulla è troppo ripugnante per essere esposto come opera d’arte — dalle feci in un barattolo o in un reggiseno, agli ani pelosi negli acquari e sugli assorbenti, fino ai preservativi usati e alle lattine di birra. D’altronde, secondo questa visione, tutto ciò che qualcuno crea è considerato un’opera d’arte, e chiunque può essere un artista.
Naturalmente, anche nell’attuale postmodernità decadente, molte opere di molti autori sono eccellenti e ampliano davvero la nostra percezione e comprensione. Tuttavia, è sempre più difficile trovarle in mezzo all’ondata di opere mediocri e profondamente scadenti, nel caos dell’autoaffermazione aggressiva di gruppi e individui.
Tuttavia, gli intellettuali di oggi rappresentano solo una parte minore e sempre più ridotta dell’intelligenza complessiva. Una classe molto più grande e significativa sta emergendo: la nuova tecnocrazia umanistica, in rapida crescita.
Questa classe sta appena iniziando a plasmare la propria filosofia, la propria cultura e il proprio gusto artistico. Tuttavia, è già evidente che il pragmatismo dei tecnocrati riporterà nell’arte la realtà e la razionalità — espulse dalla modernità e dalla postmodernità — e creerà così le basi per un nuovo Rinascimento. È anche certo che questa nuova classe emergente, combinando la ragione e la percezione sensoriale, unirà il classico con il moderno, rappresentando l’essere umano in una nuova kalokagathia, un’armonia tra bellezza mentale e fisica.
È naturale che questa nuova tecnocrazia umanistica esprima la propria forza e fiducia in se stessa attraverso l’arte, e che il suo nuovo approccio alla realtà generi nuove forme di realismo — un nuovo metarealismo — come una delle rappresentazioni del mondo complesso di oggi.
Le persone di questo paese sono orgogliose della loro capacità di interpretare opere straniere, della loro conoscenza delle correnti di pensiero straniere, della loro abilità nel promuovere il lavoro altrui e della loro destrezza nel «doppiare» le opinioni degli altri nella propria lingua.
Ciò è particolarmente evidente nel campo della cultura e dell’arte, dove la dipendenza da modelli stranieri è presentata come un vantaggio e spesso addirittura come sinonimo di qualità.
Nella sua poesia sulla Boemia, Viktor Dyk scrisse: «I tuoi figli prenderanno pensieri di decima mano, E porteranno all’Europa vestiti già logori.»
Siamo soddisfatti di essere considerati una provincia e, con anni di ritardo, costruiamo il nostro mondo presuntuoso — un mondo in cui il complesso di inferiorità convive con un’autosopravvalutazione borghese. Tra di noi recitiamo il ruolo dei sovrani, ma davanti ai ricchi del mondo ci presentiamo umilmente, con il cappello in mano, pronti a servire a basso costo. Lo zelo con cui, nella maggior parte dei casi, importiamo acriticamente le «nuove tendenze straniere» meriterebbe meno ammirazione e più prudenza.
Certamente, siamo bravi in molte cose e spesso migliori di coloro con cui ci confrontiamo, ma quasi mai siamo i primi — né nelle idee, né nelle opinioni. Siamo quelli che citano sapientemente gli altri, ma che solo eccezionalmente vengono citati nel mondo.
In ogni epoca e in ogni società, ci sono sempre persone che non vogliono accontentarsi di accettare e ripetere ciò che altrove è stato raggiunto da tempo — persone che orientano i propri sogni, i propri pensieri e il proprio lavoro verso il futuro.
E se riescono a unirsi, potrebbero, nonostante le condizioni sfavorevoli, almeno in alcuni ambiti, mantenere il passo con un mondo in rapido cambiamento — e, in alcuni casi, persino superarlo.
DEL RITRATTO
Se vogliamo capire la posizione e il significato che il ritratto occupa oggi, dobbiamo, almeno in parte, tornare al passato, soprattutto al XIX secolo. L’Ottocento fu un’epoca straordinariamente importante per la nostra civiltà europea che ne ha tratto grande arricchimento: attraverso, per esempio, la scoperta della storia dell’umanità e, al contempo, l’apertura delle strade che porteranno al nostro presente.
Un numero senza precedenti di invenzioni, l’apertura di nuove rotte commerciali e l’industrializzazione dell’industria manifatturiera crearono nel XIX nella gente l’impressione che stessa arrivando un’era di prosperità per tutti, un’età dell’oro. Ma la realtà fu diversa – le macchine allungarono gli orari di lavoro, la concentrazione di persone nelle città peggiorò drasticamente le condizioni di vita e la concorrenza spinse verso forme di spietatezza predatoria.
Osservando con sensibilità il mondo che li circondava, gli artisti smisero di credere all’illusione dello sviluppo della civiltà e, gradualmente, iniziarono ad allontanarsi sempre di più dalla realtà perniciosa prima, e dalla realtà in generale poi. Il restringimento impressionistico della realtà a ciò che si vede si trasforma nella soluzione di problemi creativi del cubismo o nella fuga tra sogni e fantasie del surrealismo. Un processo che andrà a concludersi con l’astrazione quale rifiuto definitivo della realtà. Tutto ciò, naturalmente, estrometteva la realtà dalla posizione di uno dei due pilastri della tradizione classica europea e, di conseguenza, metteva in discussione anche il ritratto che, senza una realtà conoscibile attraverso i sensi, risulta impossibile.
L’arte moderna e postmoderna ha poi confutato anche il secondo pilastro su cui l’arte poggiava fin dall’antichità, ovvero la razionalità.
Se la causa principale del rifiuto della realtà furono la disillusione per lo sviluppo della civiltà, la causa principale del rifiuto postmoderno della razionalità è, invece, la disillusione per il funzionamento reale delle ideologie, siano esse nazionaliste o sociali. In esse la gente aveva riposto grandissime speranze ma queste ideologie provocarono due terribili guerre mondiali che, per milioni di persone, portarono morte e incommensurabili sofferenze. Il periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale e la seconda metà del XX secolo furono oscurati dalla minaccia di una catastrofe globale e l’arte cercò di fuggire da questi pensieri rifugiandosi nell’irrazionalità.
L’arte moderna e, soprattutto, postmoderna si oppose, quindi, al tentativo di rappresentare la vita, di giustificarne l’espressione e il significato sia a livello collettivo che individuale.
Respinse le grandi narrazioni, la logica, l’ordine, respinse le idee, la ragione e la conoscenza, respinse la ricerca della verità – il XX secolo, per dirla con il filosofo Bergson, divenne nella cultura il secolo dell’inconscio.
Gli artisti tornarono, dunque, al punto di partenza dell’evoluzione della società creando artificialmente una situazione quasi identica al primitivismo e alla preistoria, quando i nostri antenati vivevano in un mondo che non capivano, non potevano controllare e che per loro era un mistero assoluto.
Anche l’artista contemporaneo, secondo i teorici dell’arte, opera in un mondo che non comprende e che, spesso, neanche vuole comprendere. D’altra parte l’opulenta civiltà di oggi neanche pretende questo da loro e, anzi, permette loro di intrattenere se stessi e gli altri con il loro lavoro dando la precedenza al gioco piuttosto che alla riflessione. L’artista ha smesso di essere un messaggero della fede, ha smesso di essere un filosofo, ha smesso di essere un ingegnere di qualsiasi cosa per diventare, invece, un intrattenitore. L’arte è diventata un insieme di giochi non impegnati passando, per così dire, dal teatro al maneggio mentre la popolarità ha preso il posto del decoro sociale.
L’artista contemporaneo si è affrancato da ogni vincolo e tabù, è assolutamente libero, se non nella misura in cui è schiavo del mercato che ne fa un uomo di spettacolo e di affari.
Nell’arte contemporanea confluiscono mein grado di affrontare la competizione con la fotografia, solo pochi riescono a controllare la propria psiche e la propria personalità artistica di fronte a quella del soggetto del ritratto.
Nel ritratto, l’artista non può lasciare correre a briglia sciolta la sua fantasia, non può affidarsi esclusivamente alla sua intuizione, non può elevare se stesso al di sopra di colui che sta ritraendo e al di là del controllo dello spettatore.
La straordinaria difficoltà del ritratto consiste anche nel fatto che preclude la strada all’attrattiva della casualità poiché basta un tocco del pennello e il volto cambia espressione, basta uno spostamento millimetrico nel disegno e cambiamenti minimi nella tonalità e quella che ci guarda dal ritratto diventa un’altra persona. scolandosi tutti i valori e le dimensioni, l’alto e il basso, il tradizionale e il nuovo, il primitivo e il sublime, il serio e il banale, ancorché non in modo uniforme. Possiamo dire che ciò che, nel corso della storia, fu l’obiettivo dell’arte, ovvero la verità e la bellezza, è stato espulso dall’arte e, al contrario, ciò che è sempre stato alla periferia dell’arte o al di fuori di essa – la bruttezza, il disgusto, il dilettantismo – è stato portato al centro dell’arte stessa.
Si enfatizza la polarità ma questa non si applica al realismo e, pertanto, neanche alla ritrattistica che non può prescindere da questa tradizione classica. Per questo motivo si pone non solo al di fuori, ma spesso anche contro la maggior parte delle tendenze dell’arte contemporanea.
La domanda da porsi oggi è: può il ritratto tornare nell’arte dalla quale è stato così brutalmente espulso nel corso del XX secolo? La risposta, ancora una volta, la dobbiamo cercare nella situazione sociale e nel suo nuovo dinamismo. Grazie alla rivoluzione scientifica e tecnologica, la ragione sta diventando la forza decisiva, l’istruzione e l’informazione il capitale più progressista. Ciò riporta la razionalità e la realtà nell’arte creando i presupposti per un nuovo rinascimento, ed è proprio a questo rinascimento che il ritratto apre oggi la strada.
La ritrattistica, quindi, non è qualcosa che è stato superato dall’era moderna ma, al contrario, è proprio ciò che la nuova era sta riportando. Il ritratto, infatti, è in grado di riallacciarsi in tempi relativamente brevi alla ricca tradizione culturale europea, la ritrattistica è capace di integrare il passato e il presente e può coniugare l’oggettivo e il soggettivo in una nuova qualità.
Con la sua ricerca della forma e dell’ordine è proprio il ritratto, dunque, a poter superare l’odierna frenesia e il caos improvviso. Con la sua comunicatività, può cambiare l’isolamento dell’artista contemporaneo dal pubblico e, cosa non meno importante, con i suoi requisiti tecnici e artigianali può ergere un argine contro il dilagare del dilettantismo e l’incompetenza artistica di oggi.
La sua difficoltà ha sempre fatto della ritrattistica il fiore all’occhiello dello sforzo artistico rendendola la disciplina più rispettata, ed è possibile che, in questo nuovo rinascimento, stia tornando a occupare il suo posto di rilievo e dignità. Comprensibilmente, il crescente isolamento del ritratto e la cesura del suo sviluppo naturale ha avuto le sue conseguenze: sono pochissimi, oggi, gli artisti tecnicamente attrezzati per padroneggiarlo, e pochi sono quelli capaci di superare le convenzioni e i pregiudizi che ancora persistono. Solo pochi artisti sono È proprio l’attenzione costante, l’autocontrollo continuo del sentimento personale del pittore e dell’energia della sua espressione pittorica, la necessità di mantenere la propria personalità all’interno del quadro, pur esprimendo appieno la personalità del soggetto ritratto, che fa della ritrattistica una disciplina pittorica così difficile e impegnativa.
Essa, infatti, non può essere annoverata nella categoria onnicomprensiva di tutti i possibili giochi artistici; la ritrattistica è sempre stata e sempre rimarrà ben ancorata nella categoria dell’arte. Ecco perché sono così pochi i pittori capaci di dipingere teste e ritratti nella propria opera.
Ivan Sedliský